Cos'è la volatilità?

Gli indicatori della volatilità sono strumenti utili per valutare i rischi degli investimenti. Vediamo come funzionano e come possono contribuire alla gestione del rischio complessivo di portafoglio.

Come recita il vecchio, ma ancora validissimo, adagio: rischio e rendimento vanno a braccetto. Nel mondo degli investimenti, quanti più rischi l’investitore è disposto ad assumersi, tanto maggiore è il potenziale di rendimento (ma ovviamente anche l’eventuale minusvalenza).

Quando si investe è pertanto essenziale valutare i rischi associati a tale investimento. Nessun indicatore è perfetto, ma uno dei più utilizzati per valutare il rischio di investimento è la volatilità. La volatilità, pur calcolata in modi diversi e spesso su differenti periodi di tempo, cerca comunque di misurare il rischio mediante l'analisi delle oscillazioni di prezzo di un’azione, un fondo o un’asset class in un dato periodo di tempo.

Un fondo che investe nelle azioni dei mercati emergenti, quindi, avrà in genere una volatilità storica nettamente superiore a un fondo che investe, ad esempio, in obbligazioni corporate e titoli di Stato di alta qualità.

Nel tentativo di facilitare la comprensione degli indicatori di rischio, le normative europee prevedono che i fondi siano valutati sulla base di un indicatore sintetico di rischio/rendimento (SRRI) che classifica i fondi da 1 (basso rischio) a 7 (alto rischio) a seconda della volatilità settimanale del fondo in un periodo di 5 anni. (Nel caso di fondi attivi da meno di 5 anni può essere utilizzato un portafoglio rappresentativo.)

Un fondo con rating 1 ha una volatilità storica compresa tra lo 0% e lo 0,5%, che si traduce in un’oscillazione annua media del fondo del +/- 0,5% negli ultimi cinque anni. Un rating 7 indica un fondo con una volatilità superiore al 25%. In questi calcoli si tiene conto di qualsiasi reddito distribuito dal fondo.

Anche l’andamento della volatilità va però contestualizzato. In periodi di crescita costante e stabilità economica, la volatilità di molte asset class risulterà ridotta.

Ad esempio, secondo uno studio di The Leonard N. Stern School of Business, durante la crisi finanziaria la volatilità annualizzata dell’indice S&P 500, che include i più importanti titoli statunitensi, è balzata al 43,6%, quando prima della crisi era solo al 13,6%. Gli investitori che hanno considerato il trend di volatilità dello S&P 500 in maniera isolata, prima della crisi, potrebbero aver sottovalutato il potenziale aumento della volatilità. Il solo fatto che un fondo abbia una ridotta volatilità storica non implica necessariamente che non possa deviare dal suo tradizionale modello di trading. In sostanza, le perdite (o i guadagni) futuri possono essere superiori a quelli registrati in passato.

In quest’ottica i fondi caratterizzati da un solido approccio difensivo, adotteranno numerosi accorgimenti, come ad esempio la diversificazione geografica e settoriale, la qualità creditizia, la duration, per mitigare il rischio e i ribassi potenziali, con l’obiettivo di far fronte al meglio anche a eventuali fasi di elevata volatilità.

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